sabato 28 febbraio 2026

Alene

 

Ci sono tante maniere per sentirsi soli. 
Si può essere immersi in un passato in cui non si è più inclusi, circondati dal mondo intero, in una città qualunque piena di gente, in un bar affollato o in un museo. Camminando per strada, mangiandone l’asfalto come fosse cibo, respirandone l’aria a tenere vivo il sangue. Calpestando mozziconi di sigarette fumati da chissà chi chissà quando, nel bagno di un locale mettendo i piedi nel piscio di maschi senza la mira, o bevendo un caffè americano del cazzo aspettando nessuno. 

Ci sono anche tante maniere per non sentirsi soli. 
Emergendo dal passato in cui non si è più inclusi, salutando qualcuno che entra in ascensore e chiedendo a che piano stia andando per premere il tasto al posto suo, facendo sedere qualcuno vicino a me mentre bevo il mio caffè americano del cazzo, sorridendo a un* qualunque sconosciut* mi si ponga davanti su un marciapiede stretto, rispondendo "Tusen takk" a chiunque faccia qualcosa per me. Posso sentirlo addentrandomi in un vicolo per vedere dove mi porti e trovarmi completamente da solo in una strada deserta ma immaginandomi una qualunque ora di punta a sovvertirne le sorti. 

A volte mi chiudo in pensieri di cera, ma che si possono sciogliere anche al freddo. Altre volte è carta, ma senza nemmeno rendermene conto, anche solo chiedere se la direzione della T-Bane sia quella giusta, mi rendo parte di qualcosa. Momentaneamente e per sempre allo stesso tempo. 
Singolo e moltitudine, triste e arricchito, terra e cielo, tutto nello stesso istante a dirmi, col groppo in gola, che la fine non é mai la fine, che “un giorno di pioggia non ha mai significato una sconfitta”, che ci sono anche se non ci sono.

Il presente sparisce nello stesso momento in cui lo penso, e mai come ora sentirmi solo significa vivere un minuto per volta. Non solo a ricordarmi quanto il presente sia sì una somma di passati da considerare con le pinze, ma anche che di fatto sia l’unica cosa con una cartina tornasole a dirmi che “Ste, va davvero tutto bene!”, qualunque reazione chimica accada nel mio cervello o nel mio sistema nervoso. 


“We lie with our words with truth in our eyes. 
We all wait too long for just the right time. 
As days stretch into years, we don’t see the signs that most second chances are not meant to survive.”

venerdì 27 febbraio 2026

Ste, non dimenticarti di guardare dietro ogni tanto.

 

Di nuovo nel labirinto da decifrare, torno sulle solite nostalgie. Forse però sono loro ad inseguirmi. 
Anche capire diventa un inseguire una cosa che non mi compete.
Non c'è nessun megafono a urlarmi ordini né una stella a guidarmi, c'è sig. Cuore da maneggiare, ci sono connessioni da saldare. Sig. Cervello con la sig.ra Mente avranno il loro bel da fare per dire a loro figlio, Corpo, di stare tranquillo.

Oslo mi sta insegnando un pochino il freddo e che con le scarpe giuste si può non scivolare sul ghiaccio. Anche se la lezione durerà pochi giorni, tornerò con lo zaino un po’ più gonfio. Di me, delle mie paure un poco domate e di quelle nuove, della mia voglia di amare, della mia necessità di pensare ad altro, e di tutte quelle cose che in questi giorni mi hanno fatto finalmente pensare ad altro.

Una strada da trovare, con uno sguardo dietro a vedere cosa mi insegue, ma senza paura che possa raggiungermi, perché finalmente potrei affrontarne le unghie affilate.


"Counting all hours down to now, to climb up to the peak. The view of what could be. Bring the light where you land.
Don't forget to look back sometimes."

giovedì 12 febbraio 2026

Il silenzio non chiude mai la porta quando entra.

 

Le case piene del peso che manca. 
Il giardino spento che guardo dalla finestra, le tende aperte quanto serve. 
I merli cantano della pioggia della notte. Ora è mattino.
Le batoste, i rimpianti, i desideri, il silenzio della luce accesa senza una guerra vera da combattere. La porta è rimasta aperta, non so chi deve arrivare.
Le emozioni appassite scelgono la via più facile per cercare l'acqua. 
Ma non è autunno, non cadranno ora.
Aspetto il loro rinascere, aspetto che la luce riempia le crepe.
La accoglierò e forse finirà la voglia di camminare all'indietro. 
Cambiamento è trasformazione e trasformazione è crescita. 
È paura dell'onda che arriva.
Ci sono strane maniere per ingannarmi e ci sono strane maniere per uccidermi. 
L'amore non salva.
L'amore scava.
E io sono nessuno.


"The wayward marks, the waves of pain and pleasure. The hallowed dark, the hollow grin.
The fallow fields, the golden grain.
The tower fell, the star remains.
The token scrawled, into our skin. 

They keep on tellin' me our stars are crossed.
But I think that you might be my albatross.
We learned to run before we learned to walk.
There's so much time to steal before the sun goes down."

mercoledì 11 febbraio 2026

Viaggiatore stanco, calloso e dolorante, il tempo e la gravità ti hanno seguito fin qui.

 

È il coraggio o la paura che serve? È l'orgoglio o l'umiltà che mi insegue? O che pretendo? È davvero tutto ciò che voglio la serenità che inseguo? È il peso di una montagna o di un oceano o quello di una piuma, che devo lasciarmi dietro? O la loro bellezza?

Finiranno mai queste domande? Forse è l'unica cosa di cui sono sicuro, insieme al fatto di non tradire nessun me stesso se rido o vivo, o se vedo il fondale quando l'onda si ritrae per un attimo, anche se so che tornerà.

Ed è tutto così chiaro, cosa deve importarmi davvero. Sono io il viaggiatore stanco?


"[...] Spoils and troubles, they burden you more. Pay them no mind, they matter no more.
Leave them behind and show me all about the ocean.
Deep in your eyes, I've never seen the ocean, not like this one.
Show me your eyes, I've never seen the ocean, not like this one.
Look in your eyes, I've never seen the ocean, not like this one"

lunedì 9 febbraio 2026

Curami, avvelenami, con gli occhioni grigi.

Un'altra domenica da attraversare, tutta da capo.
Accoglimi Nebbia, nascondimi l’orlo su cui mi porterà il sole. 
Accompagnami tu Lola, proteggimi anche oggi dalle tristezze liquide. 
Coccolami tu Lain, vibra insieme a me.  
"Una medicina che nuoce, un veleno che cura", ancora una volta nella speranza di una pioggia impetuosa che lavi davvero.


"[...] Denial, business as usual. So roll your eyes, shake your head, turn away and call me names. I'm okay with that, too proud.
Unable to listen, we keep speaking. Moted by blood, unable to notice ourselves.
Unable to stop and unwilling to learn."

venerdì 6 febbraio 2026

Og ég fæ blóðnasir, en ég stend alltaf upp. Cronache dalla pozzanghera.

Ci casco sempre nei giorni stanchi, umidi. Proprio io che parlo, scrivo, paro, schivo, ma inciampo ancora nei giorni che iniziano senza sonno, proseguono sbilenchi e finiscono a deflagrare nel torbido della non lucidità e dei rumori di ufficio. 

Ci vede lungo la mia razionalità ed è cieca la tristezza dei momenti sbrodoloni. Quante volte si è rotta il naso contro l'asfalto, la mia rabbia quando si veste da incertezza.

Il merito e il non merito, il rispetto e la sua mancanza, la delusione immensa, il dire la mia ma senza l'ascolto, le ferite, l'inconsapevolezza che 'spetta n'attimo, l'essere stronzi, i "tanto per", il sentirmi squoiato, le briciole dei pasti degli altri e le emozioni in prestito finché va bene, ma poi diventa una merda.

Sono nudo, le provo tutte a non pensarci ma mi sento come un entanglement quantistico che non sempre reagisce nella sua controparte; e va bene se mi vedono tutti. Lo sfido tutti i giorni lo spazio e il tempo, ho affinato le formule e le previsioni danno solo andamenti previsti, tutto corretto. Ma si paga sempre il prezzo, quando il passato che sfiora il presente diventa una minzione dolorosa, di due una risposta la da solo uno. C'è il sovrapprezzo per quell'articolo, signo'.

L'oggi mi si svela, di nuovo, in una forma diversa da quella di ieri. Si spoglia di tante convinzioni e ogni volta mi fa ricominciare da capo.

"Og ég fæ blóðnasir, en ég stend alltaf upp." ("E mi viene il sangue dal naso, ma mi rialzo sempre"). 

Non rotto ed irreparabile, ma fragile. 
Conscio di me.
Banalmente prezioso.


"Something else is inside, you're not there. Replaced your eyes with empty glass spheres. Crooked hungry urge needs to feed.

Countless empty words fail to mask the constant need.

Promised it's alright, when you disappeared into the night.

Long time ago, they slipped their fingers in. Now in dark corners, you still fear wickedness.

Demons in your head, with no defences. Those you leave behind, always suffer the consequences.

You'll tell me you want to run.

Wanna free yourself from pain, but the demons haunting you hold you in this place.

Glimpses of who you might be revealed through the haze.

Contrast stark reality. Signals sent from the smoke of a life ablaze."


martedì 3 febbraio 2026

Ho un sacco pieno di parole e non so cosa farmene...Indifferenziata?

Sto riordinando tutto quanto, nei miei archivi. Trovo un sacco di cose, e sto cercando di capire cosa buttare, cosa regalare, cosa dimenticare, cosa tenere, cosa lasciare andare. Trovo una marea di cose e tantissime parole lì a metà, volatili, volanti, inespresse e anche espresse.

Ispirato da una cosa che ho letto questa mattina: "Le parole non sono aria che esce dalla bocca e che il vento porta via: sono neurobiologia, memoria, legame. Entrano in noi dalla porta più vulnerabile e ci restano addosso come una seconda pelle".

Una parola non muore dopo che qualcuno la dice, inizia lì a vivere. E' come se vedessi tutte le scie che ogni cosa detta ha lasciato, non ne ho dimenticata quasi nessuna. Sono solchi a volte, più o meno profondi e me li ritrovo un po' ovunque. Aprendo il frigorifero, facendo colazione da solo, mentre mi asciugo dopo aver fatto la doccia, mentre mi lavo la faccia, mentre guido in autostrada, o mentre passo davanti alla stazione di Chiari. Sono in tutti gli sguardi bassi di vergogna o paura, o in tutti i pesi nel petto del giorno di Natale. Le parole restano dentro e anche loro poi finiscono nel cervello-tritatutto che fa vrrr, vrrr, vrrr.

Ho sempre pensato, forse un po' esagerando, che le parole andassero pesate, per far capire meglio ciò che volessi comunicare, per ferire o per non ferire, per sensibilità di condivisione ma mai per crudeltà. E invece ho capito che vanno anche pensate: c'è solo una consonante in più. Mai per far sentire minuscolo chi c'è dall'altra parte.

Basterebbe così poco, perché ci sentissimo tutti visti, basterebbe imparare a comunicare. Perché una cosa è pretenderlo dagli altri per se stessi, un'altra cosa è dimostrarlo. L'incapacità di ascoltare e, come conseguenza, la sparizione dell'altro.

Shock, contrattazione, rabbia, negazione, depressione, riorganizzazione, accettazione. Le sto facendo tutte le fasi. Mi rimane solo da buttare la spazzatura, ecco ciò che devo fare. 


"I'm lost in the season of decay, and she's coming to collect again.
I'm lost in the season of fire, and she's coming to collect again.
I'm lost in the season of ice, and she's coming, coming to collect again.
And I'm lost in the season of the flood, and she's coming to collect again."