È un lavoro ogni giorno che mi tocca fare, perché a volte mi manca e me lo sogno ancora, come stavo chiuso tra le gambe o avvinghiato alle dita, alle dita in bocca, alla lingua, ai fluidi corporei, perso negli occhi o nei sorrisi camminando con le dita sulla pelle.
lunedì 13 aprile 2026
S01 E03 - Assertivo con me stesso, riscrivo il mio contorno
È un lavoro ogni giorno che mi tocca fare, perché a volte mi manca e me lo sogno ancora, come stavo chiuso tra le gambe o avvinghiato alle dita, alle dita in bocca, alla lingua, ai fluidi corporei, perso negli occhi o nei sorrisi camminando con le dita sulla pelle.
mercoledì 1 aprile 2026
S01 E02 - Ciao mamma, ci sentiamo domani quando sei sveglia.
Sento la tua voce chiamarmi, dalla cucina. Io, da davanti alla tv a giocare a Final Fantasy VII, metto in pausa: "Stefano vai in giardino a prendermi salvia e rosmarino per favore?"
Con uno sbuffo, vado. "Quanti rametti ti servono?". La domanda è inutile perché la risposta è sempre "Boh, un po'!" So che ti fa piacere li sciacqui e asciughi già, prima di usarli, e poi resto un po' a guardarti, sedendomi sulla cassapanca. Hanno un buon profumo, da lavati. È colpa della mia curiosità ma anche del ripieno dei ravioli pronto nella ciotolona, se te ne rubo sempre un sacco di cucchiaiate. Ricordo ancora il sapore inconfondibile della tua ricetta, insieme alla tue lamentele a forma di "Dai basta, che mi serve!".
In tutti gli oggi come oggi, la mancanza tira tanto verso di te. Lo sento nei sogni che ancora faccio, che mi fanno svegliare con la mancanza dei volti e delle mani e di cui vorrei parlarti, nei mesi passati e di quelli in corso in cui vorrei solo confidarmi un po', nel raccontarti che avevi ragione e dirti quanto, amare, mi abbia aperto in due. Vorrei farti vedere come a fatica ne stia uscendo davvero ma senza voler smettere di farlo, chiederti come stai, darti un bacio.
Siamo stati a pranzo tutti insieme Domenica, nel giorno del tuo compleanno. È stato bello. Mi sono fermato nel parcheggio qualche attimo poi, a cercarti con lo sguardo in mezzo alle vigne, per salutarti. Non riuscivo a vederti, perché sei ovunque.
mercoledì 18 marzo 2026
S01 E01 - Tacitare la belligeranza.
Ancora un po' confuso - lo ammetto - tra gli effetti Zeigarnik e Ovsiankin, sono proprio contento del sole in questi giorni. Sarà Guccini riesumato per caso, sarà il giubbetto con le toppe nuove e che vuol dire primavera, sarà stata la cena con papà o gli amici o il weekend in giro insieme a Lola, ma mi sento vada bene così per ora.
Se son d'umore nero allora scrivo, frugando dentro alle nostre miserie.
Di solito ho da far cose più serie, costruire su macerie o mantenermi vivo."
mercoledì 4 marzo 2026
Io sono la grondaia.
"Un veliero che venga a trovarsi sull’Oceano in un momento di tempesta, ammaina le vele per non essere trascinato nei gorghi del vento e distrutto. Ritornata la calma, riprenderà la sua rotta e raggiungerà egualmente la meta. Non facciamo quindi di noi stessi l’equipaggio del veliero che s’abbandona alla paura e compromette così le sorti della sua nave, ammainiamo anche noi le vele delle nostre attività e premiamo ogni forza nostra sul timone. Il sereno vien sempre dopo ogni bufera e nel sereno ci rifaremo del tempo perduto."
A livello biologico un pugno in faccia o diventare invisibili sono la stessa cosa. L'empatia apparente, quando viene consapevolmente contingentata e oltrepassa la maleducazione, raccontando una normalità già segnata, invade dove solo la manipolazione mette le dita. È una questione di dignità mancante nel trattare se stessi e le persone intorno? Cosa penserà chi capisce ritrovandosi le valige piene di veleno?
Restare anche quando le parole cadono nel vuoto, o voler bene sperando sia abbastanza, quanto mi ha allontanato da ciò che conta? Non basta la presenza dove non ci sono mani dotate di cuore. Non posso mettere il mio anche per chi sente battere il suo ma non ne ascolta i sussulti (torna, di nuovo, la differenza tra "sentire" ed "ascoltare").
Viene intaccata la fiducia nel prossimo e in me stesso, la considerazione di cosa sia amore, la consapevolezza nel riconoscere una "disonestà progettata", per vergogna o mancanza di vocabolario emotivo? Ma non è una colpa, e non deve intaccare l'amor proprio che ogni giorno ho costruito e costruirò.
Perché alla lunga "non importa" chi se ne va (non è vero che non importa, importa eccome), ma è comunque più importante cosa resta, e che resti io per me. Con qualche kilo in meno e qualche buco in più a rendermi un groviera di emozioni che però restano fortissime e che forse sono più potenti di qualunque dolore al sistema nervoso, o di qualunque schiaffo voluto o immaginato.
sabato 28 febbraio 2026
Alene
venerdì 27 febbraio 2026
Ste, non dimenticarti di guardare dietro ogni tanto.
Una strada da trovare, con uno sguardo dietro a vedere cosa mi insegue, ma senza paura che possa raggiungermi, perché finalmente potrei affrontarne le unghie affilate.
Don't forget to look back sometimes."
giovedì 12 febbraio 2026
Il silenzio non chiude mai la porta quando entra.
I merli cantano della pioggia della notte. Ora è mattino.
Le batoste, i rimpianti, i desideri, il silenzio della luce accesa senza una guerra vera da combattere. La porta è rimasta aperta, non so chi deve arrivare.
Le emozioni appassite scelgono la via più facile per cercare l'acqua.
Ma non è autunno, non cadranno ora.
Aspetto il loro rinascere, aspetto che la luce riempia le crepe.
La accoglierò e forse finirà la voglia di camminare all'indietro.
Cambiamento è trasformazione e trasformazione è crescita.
Ci sono strane maniere per ingannarmi e ci sono strane maniere per uccidermi.
L'amore non salva.
The fallow fields, the golden grain.
The tower fell, the star remains.
The token scrawled, into our skin.
They keep on tellin' me our stars are crossed.
But I think that you might be my albatross.
We learned to run before we learned to walk.
There's so much time to steal before the sun goes down."
mercoledì 11 febbraio 2026
Viaggiatore stanco, calloso e dolorante, il tempo e la gravità ti hanno seguito fin qui.
È il coraggio o la paura che serve? È l'orgoglio o l'umiltà che mi insegue? O che pretendo? È davvero tutto ciò che voglio la serenità che inseguo? È il peso di una montagna o di un oceano o quello di una piuma, che devo lasciarmi dietro? O la loro bellezza?
Finiranno mai queste domande? Forse è l'unica cosa di cui sono sicuro, insieme al fatto di non tradire nessun me stesso se rido o vivo, o se vedo il fondale quando l'onda si ritrae per un attimo, anche se so che tornerà.
Ed è tutto così chiaro, cosa deve importarmi davvero. Sono io il viaggiatore stanco?
Leave them behind and show me all about the ocean.
Deep in your eyes, I've never seen the ocean, not like this one.
Show me your eyes, I've never seen the ocean, not like this one.
Look in your eyes, I've never seen the ocean, not like this one"
lunedì 9 febbraio 2026
Curami, avvelenami, con gli occhioni grigi.
Accoglimi Nebbia, nascondimi l’orlo su cui mi porterà il sole.
Accompagnami tu Lola, proteggimi anche oggi dalle tristezze liquide.
Coccolami tu Lain, vibra insieme a me.
"Una medicina che nuoce, un veleno che cura", ancora una volta nella speranza di una pioggia impetuosa che lavi davvero.
"[...] Denial, business as usual. So roll your eyes, shake your head, turn away and call me names. I'm okay with that, too proud.
Unable to listen, we keep speaking. Moted by blood, unable to notice ourselves.
Unable to stop and unwilling to learn."
venerdì 6 febbraio 2026
Og ég fæ blóðnasir, en ég stend alltaf upp. Cronache dalla pozzanghera.
Ci casco sempre nei giorni stanchi, umidi. Proprio io che parlo, scrivo, paro, schivo, ma inciampo ancora nei giorni che iniziano senza sonno, proseguono sbilenchi e finiscono a deflagrare nel torbido della non lucidità e dei rumori di ufficio.
Ci vede lungo la mia razionalità ed è cieca la tristezza dei momenti sbrodoloni. Quante volte si è rotta il naso contro l'asfalto, la mia rabbia quando si veste da incertezza.
Il merito e il non merito, il rispetto e la sua mancanza, la delusione immensa, il dire la mia ma senza l'ascolto, le ferite, l'inconsapevolezza che 'spetta n'attimo, l'essere stronzi, i "tanto per", il sentirmi squoiato, le briciole dei pasti degli altri e le emozioni in prestito finché va bene, ma poi diventa una merda.
Sono nudo, le provo tutte a non pensarci ma mi sento come un entanglement quantistico che non sempre reagisce nella sua controparte; e va bene se mi vedono tutti. Lo sfido tutti i giorni lo spazio e il tempo, ho affinato le formule e le previsioni danno solo andamenti previsti, tutto corretto. Ma si paga sempre il prezzo, quando il passato che sfiora il presente diventa una minzione dolorosa, di due una risposta la da solo uno. C'è il sovrapprezzo per quell'articolo, signo'.
L'oggi mi si svela, di nuovo, in una forma diversa da quella di ieri. Si spoglia di tante convinzioni e ogni volta mi fa ricominciare da capo.
"Og ég fæ blóðnasir, en ég stend alltaf upp." ("E mi viene il sangue dal naso, ma mi rialzo sempre").
Conscio di me.
Banalmente prezioso.
"Something else is inside, you're not there. Replaced your eyes with empty glass spheres. Crooked hungry urge needs to feed.
Countless empty words fail to mask the constant need.
Promised it's alright, when you disappeared into the night.
Long time ago, they slipped their fingers in. Now in dark corners, you still fear wickedness.
Demons in your head, with no defences. Those you leave behind, always suffer the consequences.
You'll tell me you want to run.
Wanna free yourself from pain, but the demons haunting you hold you in this place.
Glimpses of who you might be revealed through the haze.
Contrast stark reality. Signals sent from the smoke of a life ablaze."
martedì 3 febbraio 2026
Ho un sacco pieno di parole e non so cosa farmene...Indifferenziata?
Sto riordinando tutto quanto, nei miei archivi. Trovo un sacco di cose, e sto cercando di capire cosa buttare, cosa regalare, cosa dimenticare, cosa tenere, cosa lasciare andare. Trovo una marea di cose e tantissime parole lì a metà, volatili, volanti, inespresse e anche espresse.
Ispirato da una cosa che ho letto questa mattina: "Le parole non sono aria che esce dalla bocca e che il vento porta via: sono neurobiologia, memoria, legame. Entrano in noi dalla porta più vulnerabile e ci restano addosso come una seconda pelle".
Una parola non muore dopo che qualcuno la dice, inizia lì a vivere. E' come se vedessi tutte le scie che ogni cosa detta ha lasciato, non ne ho dimenticata quasi nessuna. Sono solchi a volte, più o meno profondi e me li ritrovo un po' ovunque. Aprendo il frigorifero, facendo colazione da solo, mentre mi asciugo dopo aver fatto la doccia, mentre mi lavo la faccia, mentre guido in autostrada, o mentre passo davanti alla stazione di Chiari. Sono in tutti gli sguardi bassi di vergogna o paura, o in tutti i pesi nel petto del giorno di Natale. Le parole restano dentro e anche loro poi finiscono nel cervello-tritatutto che fa vrrr, vrrr, vrrr.
Ho sempre pensato, forse un po' esagerando, che le parole andassero pesate, per far capire meglio ciò che volessi comunicare, per ferire o per non ferire, per sensibilità di condivisione ma mai per crudeltà. E invece ho capito che vanno anche pensate: c'è solo una consonante in più. Mai per far sentire minuscolo chi c'è dall'altra parte.
Basterebbe così poco, perché ci sentissimo tutti visti, basterebbe imparare a comunicare. Perché una cosa è pretenderlo dagli altri per se stessi, un'altra cosa è dimostrarlo. L'incapacità di ascoltare e, come conseguenza, la sparizione dell'altro.
Shock, contrattazione, rabbia, negazione, depressione, riorganizzazione, accettazione. Le sto facendo tutte le fasi. Mi rimane solo da buttare la spazzatura, ecco ciò che devo fare.
I'm lost in the season of fire, and she's coming to collect again.
I'm lost in the season of ice, and she's coming, coming to collect again.
And I'm lost in the season of the flood, and she's coming to collect again."
venerdì 30 gennaio 2026
Le strategie dell'ambiguità hanno strade infinite
La responsabilità causerebbe sofferenza dove non c'è maturità emotiva, o dove c'è abitudine alla confusione emotiva. Fare finta di starci dentro diventa impossibile, eppure a volte sembra sia tutto così reale, così chiaro e libero, vivo e vero.
Tutto diventa segnali agli antipodi l'uno dall'altro, e l'ambiguità diventa strategia inconsapevole per prendere tempo con le proprie responsabilità. Come andarsene lasciando un percorso di briciole e di porte aperte, con fuori la tempesta.
È il pensare di smettere di accettare il minimo per noi stessi, che ci incasina. Crescere senza l'attitudine a farlo è comprensibile renda tutto difficile. Crescere è distruttivo quando esiste un trasvestimento da comfort. Sparire è conveniente, non dire tutta la verità è volere un comfort disfunzionale. Evitare, sentirsi inadeguati e impreparati sono solo paura travestita da "decisione", ma la dignità della responsabilità verso i nostri sogni o sforzi fatti dov'è?
Serve uno specchio, perché magari un giorno o l'altro almeno a noi stessi impareremo a rendere conto.
Non si può avere o essere ciò che non si ha/è, se si preferisce sempre la mediocrità. E se vedersi allo specchio e scendere al compromesso malato di "accettare lo schifo" è giustamente intollerabile, meglio diventare quell'altra cosa più conveniente, mediocre, meglio seguire ogni vento che arriverà. Riconoscersi invece sarebbe un'altra cosa, ci farebbe diventare immortali per davvero. Riconoscersi è restare, ma nel gioco degli specchi è meglio fuggire, tagliando fuori chi ci vede dentro davvero, just fucking go away.
Con questi presupporti non si può insegnare a nessuno cosa voglia dire rendere conto, a noi stessi prima che agli altri, quando tutto ciò che conosciamo è evitare. Invitare a cena il sacrificio per non guardare a noi stessi, che stupidata. Ma come biasimarci. Crescere è responsabilità.
Abbiamo tutti tanto amore dentro, perché non lo vediamo? Che poi, alla fine, fossimo dotati tutti di intelligenza emotiva matura, saremmo priorità o diventeremmo solo accessori da indossare e togliere all'arrivo di un nuovo vento più "figo"?
C'è ancora la tempesta e non so se il vento ha chiuso le porte o le ha spalancate o soffiato via le briciole, ma io sorrido un pochino, solo un pochino, behind the clock.
Green light lit, the blue remake no one will care, will care to see.
Thriller killer been revealed. He's inside you, she's inside me. She's inside me.
I am broken Betty Elms, behind the clock. Susan Blue and Nikki Grace, a starless walk."
mercoledì 28 gennaio 2026
Sorgi, lancia di cristallo, vola sopra di me.
A volte ammiro come certe persone così piene di vita non lascino mai che le evidenze interferiscano con le proprie opinioni. Capiranno prima o poi, non ho nessun dubbio, che sono tutte pentole senza nemmeno un coperchio.
Ci sarà bisogno di avere un righello bello dritto e seriamente calibrato. "Senza un righello con cui farlo, non si può raddrizzare ciò che è storto." (Seneca).
Comunque, per quanto valga, non è mai né troppo presto né troppo tardi, per essere ciò che vogliamo essere davvero. Possiamo iniziare oggi, possiamo aver iniziato ieri, o potremmo iniziare domani.
Possiamo vivere tutto al meglio o al peggio, è solo nelle nostre mani la scelta della pillola blu o di quella rossa, o di quella verde, o di quella viola.
Vogliamo vivere?
E allora affrontiamo la vita, le scelte, le loro conseguenze, le persone scegliendole anche sbagliando e affrontando il legittimo, ma troppo spesso non pensato, cambiare idea nostro e degli altri. Ma soprattutto, affronteremo il fatto che il mondo non cambierà mai per noi, se non saremo noi a cambiare. Per il nostro mondo, non per quello degli altri. Cadere, imparare, camminare, creare, distruggere e ricostruire.
"Mi sono risolto e mi sono voltato indietro. Ho scorto uno per uno negli occhi i miei assassini. Avevano tutti il mio volto." (G. Caproni)
Io spero possiamo sceglierlo, di vivere al meglio e non al peggio, spero che possiamo vedere quanto sorprendente si può essere o diventare e avere tutte le emozioni a disposizione, magari sempre nuove. Non per forza sempre belle, ma sempre nuove, e sempre capite.
La crescita deve passare da lì, dai punti di vista differenti e dalla realtà vissuta davvero. Una lezione imparata sulla mia pelle è che la capacità di crescita è direttamente collegata a quanta verità riusciamo ad affrontare dentro di noi senza scappare.
Spero possiamo essere orgogliosi/e di ciò che siamo o diventeremo, e in caso ci si accorga di non esserlo ancora, auguro tutta forza di ricominciare da zero, senza l'orgoglio a conservare, ma con la forza di restare anche quando non conviene, a capirsi e capire per innovare.
"Rise crystal spear, fly true over me. Suddenly gone from here, left alone on the road. What brings you back? Promises of a memory. Your own ghost running away with the past.
It took a while just to think of home."
martedì 27 gennaio 2026
Walkie Talkie col domani che splende
lunedì 26 gennaio 2026
Mancanza di variabili dichiarate e debug on site, senza dita.
La vedo la realtà? Nel software mancano alcune variabili dichiarate, ma la vedo. Le righe del codice sono piene di errori, ma la vedo qui con me, in ogni momento, nell'ennesimo mantra che da oggi faccio mio. "Eccome che la vedo la realtà."
Suonando sabato sera pensavo a tante cose, pensavo alle emozioni rauche, al tempo dilatato, a come mentre suono sembra che i bpm siano più veloci di quanto siano effettivamente, a come le persone riescano a spremerti, al se avrei pianto o no cantando quel passaggio di "Aurequiem", pensavo che a momenti il fumo da palco mi stesse impedendo di vedere le mie dita sulla tastiera.
E' strano pensare al "non vedersi le dita". In un sogno di tanti anni fa mi trovavo le mani smontate e rimontate al contrario tra destra e sinistra. Un dilemma importante, ma mai come immaginarmi di non vedere più le dita.
E se le dita fossero emozioni? Le sentirei soltanto? Che nomi gli sto dando? Che colore hanno? Dovrei trattarle come un muro, o dovrei passarci attraverso? Sono un ostacolo o un invito?
Sono rosse di rabbia, nere di spavento, blu di vaffanculo o cosa cazzo sono? Dove le metto? C'è un bidone apposito, o c'è solo un tappeto sotto cui metter tutto quanto per farle sparire? Sono grigie di vergogna o colorate di verde come la speranza di non incrociare più il mio sguardo con il loro oppure diventano gialle come un livido perché dovrei portarle tutte con me finché guarisco?
Il mio codice è davvero pieno di errori ed è in corso il debug del secolo, per quanto mi riguarda. Non c'è groppo in gola o petto stretto che tenga botta, e non c'è nessun traguardo, nessun capo ufficio a farmi fretta, non c'è un deployment in vista, non c'è una produzione da mantenere viva, non ci sono consegne. Il server è gia up and running.
Ci sono solo io a ricordarmi dei video su youtube su come fare a sopravvivere alle sabbie mobili, a mettercela tutta in un mio mondo che non sto sentendo mio come prima, ma che pian piano mi sta dando nuovi occhi. Perché non sono le dita a sparire, sono gli occhi che non le vedono più.
Stamattina mi sono guardato allo specchio. Ci ho visto l'infinito delle variabili che mi rendono ciò che sono, per risolvere una stringa scritta male dopo l'altra, a svelare gli errori di battitura, a fare un merge di tutto ciò che sono stato con quello che sono, passando da cosa vorrei essere.
Dannazione che turbinio incredibile. Che garbuglio.
E voi? La vedete davvero la realtà?
"Life has a funny way of saying living is to change. Insight comes when one has put all one's defenses down. One can suddenly receive this strange yet simple touch. And the pillars of reality tremble.
Death is never far away, but her embrace is not of harm. If I dance until the morning light shines bright into my eyes, I will bear to say goodbye with open arms and smile. As the pillars of reality crumble."