Ero perso nei garbugli della memoria delle cose da dire pensandoci bene o non pensandoci affatto, o nei rami della falsità non vista, o peggio, di quella vista e permessa.
È un lavoro ogni giorno che mi tocca fare, perché a volte mi manca e me lo sogno ancora, come stavo chiuso tra le gambe o avvinghiato alle dita, alle dita in bocca, alla lingua, ai fluidi corporei, perso negli occhi o nei sorrisi camminando con le dita sulla pelle.
È un lavoro ogni giorno che mi tocca fare, perché a volte mi manca e me lo sogno ancora, come stavo chiuso tra le gambe o avvinghiato alle dita, alle dita in bocca, alla lingua, ai fluidi corporei, perso negli occhi o nei sorrisi camminando con le dita sulla pelle.
Ma fuggire, divorare, calpestare, sostituire, minacciare, mentire, non sono i miei infiniti. Restare, rialzarmi, camminare, asserire, pensare, costruire, bruciare, aggiungere, togliere, misurare, osservare, ricordare, cambiare, invece sì.
Farò di questi infiniti un tesoro preziosissimo, e se servirà picchierò il naso ogni momento di ogni giorno, per indovarmi e rendermi una volta per tutte consustanziale alla stessa materia su cui poggio i piedi.
Un me stesso steso in distese distanti anni luce da ciò che non c'è più, che urla il più grande "VAFFANCULO" che tutto ciò che amo e che odio abbia mai sentito. Loro hanno un volto e un corpo da convidividere, i miei.
"Drained by the coldest caress. Stalking shadows ahead.
Halo of death, all I see is departure.
Mourner's lament, but it's me who's the martyr."
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