C'è la finestra aperta, i bambini giocano al centro sportivo. Lola si agita sempre un po' quando qualcuno urla, vorrebbe solo giocare con loro. Il sole che tramonta è timido, ma non fa freddo. Certi di questi giorni nascono e muoiono come non riguardassero la primavera. Ho il telefono in mano, prendo appunti ispirato dal vento.
Vedo lo scorrere dei profumi primaverili, mi ci rifugio per farli miei prima che spariscano di nuovo, ma senza aver fretta di capirli. Se vanno è perché devono andare, non ne faccio un cruccio. In giardino è fiorita la siepe, c'è comunque un buon profumo.
Non ho più bisogno di pinze per spiegare cosa provo, mi muovo tra gli etimi e gli attimi di ciò che so e di ciò che sento, e un momento è diverso da quello precedente e da quello successivo. È difficile perché non ho ancora un equilibrio tale da permettermi di sedermi: ci provo. Sto in piedi, baglio, riprovo, faccio, disfo, sbadiglio, muoio e vivo di nuovo. Non ho invitato io tutte questi verbi nella mia vita, non volevo nessuno a rompere i coglioni. Ma sono loro in questi mesi a conoscere meglio chi stia diventando, quindi forse mi devo fidare di tutti questi buchini all'infinito in cui mi rifugio. Gli ho dato un nome e anche loro mi conoscono.
Non ho avuto paura del dolore e non devo averne nemmeno di affondare i passi in un fango non calcolato, se piovesse ancora. Ma so che il sole torna sempre, puntuale come la sveglia del mattino, a seccare i terreni e a renderli più sodi e solidi. Dando un nome anche al fango, uno all'erba e un altro all'asfalto, saprannno anche loro chi sono e sapranno che non li sto calpestando per il gusto di calpestarli. Sono grato anche a loro per questo, ma non celebro la guarigione e la sofferenza come due amiche narcise da mostrare, ma perché nel mio vivere stanno avendo un ruolo quasi grammaticale e non me ne vergogno.
Insieme al fatto che il terreno torna ad indurirsi col sole, mi accorgo anche che il suono dei miei passi, e di ogni cosa che è ora, risuona diversa, più forte di prima. E se a volte ho ancora la rabbia nelle dita, mi perdono. Perché mi rendo conto sia l'unico verbo da sostantivare rimasto a tenere vicini la mia testa e il mio corpo all’ombra ormai lunghissima di ciò che non è più, o che chissà, forse non è mai stato davvero.
E la gratitudine a me stesso, che è tanto complicata da capire e indirizzare all'inizio, diventa immensa e queste cicatrici generose me lo ricorderanno ogni volta, ora che ho imparato da capo la realtà e come si fa a parlare.
Kept for my ever-changing mental health."
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