Ieri ripensavo a come immaginavo da bambino il mio presente, quando ancora lo chiamavo futuro.
Non so cosa vedessi quando guardavo in su per cercare quale fosse il mio cielo, in mezzo a tutti quei cieli.
Chissà come e se immaginavo la quantità di scelte, di delusioni, di gioie, di persone conosciute nel bene e mandate affanculo nel male, di quelle conosciute nel bene e restate nel bene, della necessità di compromessi e di tutti i passi falsi, miei e degli altri, di tutti i respiri e di tutte le scarpe consumate per i pasticci miei e di qualcun altro.
Chissà se ci pensassi già, al fatto che sarei cresciuto nel sentirmi stretto nella normalità.
Non so bene come sia successo, ma è successo piano. Forse mi son sempre dato troppo tempo per pensare ad ogni scenario, ad e in ogni momento plausibile e possibile. Ma nonostante mi ritrovi pieno di buchi ad ogni fiorire del giorno, e continui a guardare in su per capire quale sia il mio cielo, sono grato a me stesso per tutte queste domande che non mi riportano all’ovile e nemmeno all’obire, anzi mi costringono a cambiare.
Il giorno è vivo, io sono vivo.
"The Atlantic was born today, and I'll tell you how. The clouds above opened up and let it out. I was standing on the surface of a perforated sphere, when the water filled every hole. And thousands upon thousands made an ocean, making islands where no island should go.
Most people were overjoyed they took to their boats. I thought it less like a lake and more like a moat.
The rhythm of my footsteps crossing flatlands to your door have been silenced forevermore.
The distance is quite simply much too far for me to row. It seems farther than ever before. I need you so much closer."
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