Un fiume non è un fiume se non ci scorre acqua dentro, e io a volte temo di avere troppe fonti, poche foci e tante voci. È acqua, ed è difficile non volerla bere.
Mi ci specchio per un attimo, ma la guardo solo scorrere.
Mi basta un niente ormai, come un canarino in una miniera, per cantare le paturnie in anticipo.
Le mie strategie a volte vanno proprio a vuoto. Ho tante frecce da scoccare nella mia faretra e a volte perdo il conto delle ore ma conto i secondi dal prossimo magone.
Basta così poco.
E basterebbe così poco.
Se la vita è per 10 quello che capita e 90 come reagisco, porca di quella troia dovrei avere la pelle spessa come un elefante, e invece resto ancora incredulo dell’indifferenza.
Seriamente senza ironia, darò la colpa alla mia iper sensibilità e al “quanto mai”, invece di darla a chi mi ha buttato via la chiave per uscire.
Intanto scavo, schiavo di me stesso, i miei cunicoli.
Non so quali minerali preziosi si nascondano in quelle rocce, non so mi servirà un piccone o delle cariche esplosive. Non me frega un cazzo dei minerali e sarò pronto anche a farmi crescere le unghie, per scavare a mani nude.
Mi interessa soltanto andarmene, uscire, bere la mia acqua, respirare. E dare a certe cose lo spazio che meritano, cioè ZERO.
Mi manco, cazzo quanto mi manco.
Cip, cip cip.
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Reaching into the dark, retrieving light.
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