Purtroppo lo fanno a volte, i sogni, di avverarsi.
Ma mannaggia a me, questi trampolini sono sempre più alti.
a passetti corti.
Purtroppo lo fanno a volte, i sogni, di avverarsi.
Ma mannaggia a me, questi trampolini sono sempre più alti.
Mi fanno sentire così strano i cambi di vento.
Io che non ho la forza di rendermi bestia, figuriamoci bandiera.
Io che non ho mai imparato a garrire.
And I always, I always pay in, I always pay in full.
Ho tanta sete, questi giorni. Non capisca se troppa o troppo poca pazienza nei miei confronti, ma sicuro tanta, tantissima sete.
Ho provato a sbrogliare la matassa, ma sono lungi dall'avere anche un minimo risultato.
Forse non lo vorrei un risultato, forse ne ho ben donde. Continuo a ripetermi che la storia non si fa coi "forse", né con i "se", ma vacillo sul non sapere, non ancora, come maneggiare tutte queste consapevolezze. Vedo bene i sentimenti autentici, vedo bene le crepe saldate.
Preziose lo so che lo sono già, anche se i pezzi non li ho ancora messi insieme, non tutti. Esfiltrano continuamente i fluidi di ciò che provo, da ogni poro e da ogni orifizio figurato, da ogni crepa. Lo smaltimento degli eccessi di liquido ha bisogno del suo tempo. Io non lo so, quanto tempo serve? Chiamo l'idraulico?
So bene dove sono, certamente. Sento tutto, sento ogni cosa, sento troppo e sento che avrei bisogno di piangere. Forse avrei bisogno di una di quelle rage room, e di spaccare qualcosa ascoltando Mozart.
Fautore del mio sale in zucca, delle braci e della cenere che tenevo nei vasi nascosti. Ora che è tutto sul pavimento senza che scarichi da nessuna parte, ancora poco e ci dovrò stare a galla. A volte è così difficile, ma "streben nach mir selbst" ripetuto come un mantra, mi renderà soprano, mezzosoprano, contralto, tenore, baritono e anche basso. Tutto insieme in una consapevolezza gigante di tutto ciò che sono.
Mamma, hai (sempre) avuto ragione, a dirmi di stare attento, ma come potevo sapere...Mi manca così tanto raccontarti le cose che mi capitano, non più con quella scontatezza del provare a dirti di non preoccuparti per me, ma con la voglia di ascoltarti dall'inizio alla fine. La storia non si fa nemmeno con gli "avrei dovuto", perché ci tocca sempre sbattere la faccia sui sentimenti, su quelli degli altri, sulla paura e su una città di merda come Milano.
https://youtu.be/F48c27STwV8?si=uEtVZPK8xnCo1R4Z
22/10/2024
Grondava di sorrisi il mio volto, ma io me lo ricordo che in principio era una Pangea di sentimenti mescolati. Organizzarli ognuno nel suo cassettino era impossibile.
Orchestravo tutto al limite della mia capacità di calcolo, non riuscivo a dimostrarmi e ad ascoltarmi ed ascoltare.
Perforato, ricucito, strappato, rattoppato, come a definirmi in uno iato indefinito.
Nelle edizioni mono-copia dei miei rotocalchi scrivevo e leggevo sempre la stessa notizia, la stessa cronaca degli eventi e in uno sbuffo nascondevo ogni emozione. Mi rifugiavo in una scrollata di spalle e spingevo tutte le parole che avevo vergogna a dire, sotto al tappeto.
Quasi misologico, è stato strano ridefinirmi da capo.
Che bello è stato ricoprirmi di nuova pelle, in una muta infinita piena di tagli rimarginati e scommesse perse ma anche vinte, con me stesso.
Non lo leggerai mai questo post E., lo so, ma adesso nella Pangea vedo un puntino diverso dagli altri, anzi sono due.
28/04/2025
Razionalità over cuore.
Sincopi una dopo l'altra, la successiva a contrariare la precedente, in una nuvola di forse tutti sviscerati ognuno col suo scenario, ma pur sempre dei forse, dei vorrei, o probabilmente dei "sono un cretino".
Una mena da divellere, ora.
Non lo leggerai mai questo post E., lo so..
Prima timoroso ora rapinoso.
Superpoteri, non sappiamo di averli ma a volte sappiamo già usarli. Ognuno ha il suo, qualcuno si illumina di malinconia riuscendo però a creare facce e lineamenti diversi ma sempre a forma di risata, belli sempre, a momenti incredibili, che spaventano coi loro contorni, con le loro linee belle.
Altri riescono a scavare a mani nude nel nulla, e riescono a trovare l'oro ogni sera, sotto forma di consapevolezze. Rendiamoci conto della nostra incredibilità, anche durante il giorno. E' il miglior augurio da fare e ricevere, quello di essere sè stessi.
Non la felicità, la felicità è una parola inventata con sapiente maestria artigianale.
E' la carota che inseguiamo, ma ogni volta il bastone si allunga e l'asino a volte è stanco.
"Atteso dall’attesa, perdo il filo in pensieri da pensiline per ripararmi dalla pioggia, di molti plichi fermi e mai moltiplicati. Mi manca(va) l’essere bestia".
Ora sono di nuovo bestia.
Ma non un asino, un fottuto brontosauro.
In questi giorni ne ho per tutti.
Complice la mia rinnovata spensieratezza, mi soffermo spesso a guardare il tutto dell'orizzonte, dei cieli e dei muscoli facciali che si contraggono in bellissime facce buffe e anche serie. Ho tempo, non mi insegue nessuno. La libertà è qui fuori dalla porta, la posso sentire col naso e con le orecchie. Non è la fine, è la libertà che sta bussando ed è la mia personale versione della gioia, che sto inseguendo.
"How can something born with wings ever know freedom to truly be free?"
Siamo nati con le ali, e non ne avevamo idea. Riuscirei a usare la spada del perdono universale per un attimo, se riuscissimo a farli soffiare sempre così i nostri venti, per farci "attrarre dall'azzurro e dal giallo", e a farli uscire sempre tutti i nostri sentimenti.
Oggi sono un fiume in piena di parole mai dette per vergogna, di sincerità usata male per timore del giudizio, di raffiche di mitra che non fanno male, di orgasmi oculari desiderati da luce incredibilmente forte, di sospiri perché comunque potrei sempre dire cose di cui poi mi pento (dannate vite degli altri).
Ed ogni volta che me lo sento scorrere dentro, mi stupisco di quanto, senza saperlo, riesca ad illuminare tutto intorno. E' un superpotere bellissimo, avere gli occhi che accendono non solo il buio, ma che illuminano anche la luce...E più mi avvicino per guardare, più scopro la natura dei nostri tratti, delle perfette imperfezioni e delle cose a caso a cui penso seduto su una panchina a guardarlo negli occhi.
"Enrico, la indovino con una."
Con tutti questi pensieri annodati sarebbe facile farne una bella pallina di carta e semplicemente lanciarla cercando di fare canestro nel cestino. Ma noi, che siamo gufi altamente istruiti e non ci perdiamo in barbaggianate, quisquilie e pinzillacchere, abbiamo tutto il diritto di meravigliarci continuamente di fronte alla bellezza della semplicità delle cose normali, e delle risate sane, delle belle serate passate con sconosciuti, dei pensieri che iniziano dalla parte giusta, passano da quelle sbagliata ma che finiscono poi a star bene col vino e il mal di testa, fregandosene delle giornate degli altri.
E quindi eccomi Luce, di nuovo a far rimbalzare le pupille tra un freddo Aprile che diventa un nuovo Maggio e un cercare di non farmi sgamare mentre cerco i tuoi occhi nell'aria.
Ora è quando "la gioia mi scalfisce, non ho difese". E il sangue non è cattivo, oggi il sangue me lo immagino avere un profumo e sapore buonissimo, non certo quello della doccia delle spiagge.
Le corse in bicicletta a perdifiato sul ponte della tangenziale in costruzione.
Il caldo di Luglio che scioglieva la fronte e faceva bollire il sangue, dalla voglia di sciogliermi ancora di più.
Le spedizioni in incognito a guardare le ragazze grandi che prendevano il sole.
La piazzetta di fronte a casa dove giocavo coi miei amici. Quanti gol in carriera, quante parate, che tiri ad effetto!
Delle prime volte in cui andavo a scuola in bici, l'inspiegabile cosa che papà si arrabbiava perché non potevo andarci a scuola in bici, pare.
I fotoromanzi erotici nascosti sotto alla siepe del palazzo dove non abitava nessuno di noi, perché in caso "mica è roba nostra questa".
I primi voti bassi, alle medie.
Metal Gear Solid e Liquid Sun da dove ho fatto iniziare tutto quanto.
La scoperta della musica e le paghette che erano tutte nei dischi.
Le prove giù in cantina da A. a inquinarci il cervello. Ma che bene stavamo.
La prima sigaretta; ricordo ancora a chi l'ho chiesta.
La prima canna, poi la seconda e la terza, la quarta.
Il primo concerto giù dal palco, indelebile.
Final Fantasy VII.
La prima canzone scritta.
Il primo concerto sopra al palco, indelebile.
La prima volta che mi sono masturbato.
Il motorino e la precedenza bruciata appena uscito dal negozio.
La patente della macchina.
Le estati a lavorare da papà.
Le altre estati a lavorare con gli argentini.
La mia (nostra) vita è un elenco infinito di cose fatte e pensieri esplosi.
Delle esplosioni fragorose e incontrollate ne ho parlato tempo fa in un vecchio post, ma di quelle che ancora devono essere innescate?
C'è un reparto speciale dei VVFF per gestirle? Dovrei trattarle come residuati bellici?
Cosa vuol dire crescere? Ci si rende conto? Quanto dura? Quanto è dura lo sappiamo solo noi o da fuori si vede? Tutto lo scarto, la paccottiglia che succhiamo dalle nostre mondiglie, dove si butta?
E' solo da lasciare per strada e ci penserà il tempo a scioglierla? Ci penserà forse quel il caldo di Luglio? Passa qualcuno a differenziare?
Abbandonarmi a questi ricordi è come abbandonarmi ad un bellissimo gioco infinito. E' costruire impalcature come a tenere in piedi dei sogni mal o mai riposti, ma che alla fine stanno in piedi eccome, sono sempre stati in piedi. E' lasciarmi andare, è spiegare chi sono, è movimentare le sinapsi, è creare sguardi, abbracci, connessioni. Abbandonarsi è vita luminosa, è amore, sono Ampere di corrente, sono esplorazioni infinite a capire chi siamo, sono le mani che vanno ovunque.
Abbandono è preda e predatore, è il cuore che batte fortissimo, è la pelle che si rompe ma poi si ripara, sono gli occhi che ridono, sono le labbra che senza muoversi parlano, sono gli imbarazzi del guardarsi le pupille, sono il perdersi nel tempo infinito che ci parla sempre, sono le mani che si tengono per le dita.
Non è che crescere sia (stato) davvero solo lasciarsi andare?
A momenti era come sentire la pressione di tutto il cielo addosso.
Lo spazio non ha odore.
La pelle è debole.
Quando sarà davanti alla mia porta, come la riconoscerò la fine? Che aspetto avrà?
Cosa mi dirà quando sarà qui?
Magari sarà un passante, oppure un venditore porta a porta? Oppure sarà aria, luce e vento caldo?
Dovrò incrociare gli occhi per riuscire a mettere a fuoco toccandomi la faccia per sentire se c’è ancora? Oppure capirò tutto da solo?
La pelle è debole, io inizio ad esplodere.
Dopamina.
Dopamina.
Esplodo così forte che in una teoria del loop tutta mia ricompongo me stesso nella stessa esatta forma.
Sarà cambiato qualcosa? Sono diverso da prima, avrò ancora bisogno delle stesse cose?
Cercherò ancora gli occhi nell’aria che respiro?
Mia complice è solo la pioggia.
Dopamina.
Dopamina.
Sento bussare, sono in pigiama.
È già qui?
Era una risata consapevole la mia, e mi perdevo nel buio della luce fortissima.
I capelli avevano il colore del cielo buio di un temporale a Marzo. Era tanto che non fischiava un vento così forte, da aver paura ad aprire le finestre.
Mi rendo conto siano chincaglierie emotive, e ogni volta conto ore, minuti, secondi, decimi e centesimi perché finisca presto e che torni semplicemente a piovere sui miei tetti, e che smetta soltanto di soffiare così potente.
Mi spavento sempre molto nel non sapere quanto durerà, nel non sapere dove finirà e mi riparo sottovento nel mio angolino sicuro, ad aspettare che finisca come un cane che aspetta il padrone che torni a casa. Ma mi rincuora sempre sapere che finirà, e mi fa guardare avanti.
Perdere il senso del tempo mantenendo la lucidità nel sentirlo scorrere, nel sentire il sapore che cambia, nel capire come il suo odore faccia ad arrivare nel mio cervello, nel comprendere i movimenti che fa.
Perdere il senso del tempo, nel vedere una cosa da così vicino da perderne i contorni, ma comunque cercando di assaggiarli, mordendoli con i denti e aggrappandocisi con le unghie per non perderli per strada, per non perderli per sempre.
Certe strade, certi giorni.
Ora sto guidando, il vento è passato, piove forte sui miei tetti, mai così esposti ma mai così liberi di essere protetti.