lunedì 11 settembre 2017


Gli esseri speciali che volano nella notte, altro non sono che i miei arti immaginati che si staccano dal mio corpo e semplicemente acquistano velocità, e un tempo che non esiste.
Non mi capitava mai di svegliarmi nel cuore della notte e pensare alle mie dita come invertite, e non mi ricordavo il tempo di aver avuto la sensazione di chi ha un moncherino, che sente il prurito al piede ma non ha più quel piede.
"E' così che va la vita e le scelte che facciamo, che i rimasugli, certi rimasugli, non se li porta mai via davvero."
E' Settembre, e come al solito non c'è anno e giorno in cui non mi torni in mente tutto. Sgorga, sgorga tutto sempre, il desiderio, la pelle che ancora me la ricordo, le unghie che ancora me le ricordo. Manca, manca tanto sempre tutto della nostra bolla. Era ogni giorno come fosse il primo, e ancora ruoto le convinzioni sul perno del deisderio, per ingannare l'inveccchiare del tempo con le pinze dell'attesa. Scemo, sei scemo se vuoi sorgere adesso. Cosa lo stai illuminando a fare il mondo?
Con quello che è evaporato non riesce a dissetarsi più nemmeno l'aria, e continuo a mortificare i miei sogni, io. Mortificavo i nostri orgogli puntiformi e dispersi , sull'ordinata e l'ascisse delle nostre anime vi siete seduti a prendere fiato, demoni della merda.
Voi e le vostre spettrali conquiste.
Ci rimarremo male, noi e le vostre casuali ragioni nell'ammettere che quella si che era luce, l'unica che in fin dei conti abbia mai potuto illuminarmi davvero.

martedì 20 giugno 2017

Altri echi vivono

Thomas Stearns Elliot stavolta non c'entra.

Lastricavo la mia strada di mattonelle anti scivolo, ormai ero troppo preso e preoccupato di poter cascare di nuovo. Attendevo la fine con la stessa eccitazione di uno che attende un nuovo inizio, o come la fine definitiva, non importava. Importava esserci con la coscienza di non poterlo raccontare.

Stufo, stanco, rotto, schiacciato, caduto, rialzato, caduto.

Saranno le continue disillusioni, saranno i continui muri e i continui musi contro, mi dicevo.
Lastricavo la mia esistenza di palliativi, per un costante effetti placebo da cui mi stava bene non andarmene. Non credevo di avere forze così nuove, né intenti così puri, non di nuovo.

Stare per tanto lontano da tutti, se ti piace, ti piace proprio tanto.
Ti piace tanto finché non incontri qualcuno che rompe quel filo. All'inizio quasi ti scontri con il cambiamento, poi invece hai la possibilità di vedere il mare dove non c'è il mare, vedi la luce al buio e ti sembra che giorno e notte siano la stessa cosa.

Quando arriverà, il vero cambiamento, sarò li per vederlo? "Avrò mani abbastanza grandi? Avrò denti, ossa, nervi?" Saranno abbastanza grandi i miei sentimenti?
E sarà quello che mi aspetto che sia? Sarà lo stesso mare e gli stessi occhi che ho prima immaginato di vedere e poi visto per davvero?

Non c'è limite al modo in cui il mondo mi stupisce, e non c'è limite a quanto vorrei costantemente guardarti gli/negli occhi o appoggiarmi a te ridendo per una mancata pronuncia francese nonostante il mio inconfondibile rotacismo da erre moscia.

E' questione di immensità, e di immensità vere, quante posso dire di averne viste?
Probabilmente due, e sono composte da sclera, iride e pupilla.

martedì 6 giugno 2017

Quei giorni a Giugno


 Per una costante che ancora non hanno ancora scoperto -per praticità la chiameremo M di merda- ci son calcoli che non sono calcoli, e variabili che non permettono nessuna somma né sottrazione, né tanto meno moltiplicazioni o divisioni.
Anzi forse le divisioni le fai, ma perché ti rompi i coglioni della vita, e quindi mandi tutto a troie.

Ci son calcoli che non stanno né sui fogli né nei reni, né da nessuna parte.
Ci sono cose assurde che non trovano mai il loro cielo né la loro terra.
Ci sono perdite di tempo che non esistevano, eppure riescono a farsi strada nelle menti e nel tempo delle persone.

Io non so bene cosa porti la gente a pensare alla A e poi a dire Z, fatto sta che ci son cose che non hanno cielo né terra, figurati capo e coda.

venerdì 19 maggio 2017

Tutti i miei giorni


Credo molto alla solitudine.
Credo molto a me stesso quando mi convinco della montagna e me la sono lasciata alle spalle.
Credo sempre tanto, davvero tanto, che i quadrati entrino nei quadrati e i triangoli nei triangoli.

Ne ho scalate tante. Alcune erano colline, altre erano discese da risalire dopo, altre ancora erano ripide al massimo delle percentuali di pendenza, altre erano orizzontale e parevano piane, facili, incredibilmente facili e percorribili senza allenamenti speciali e corse a perdifiato ogni giorno per abituarsi al peggio.

Al peggio non ci si abitua mai, e nemmeno al meglio.

Tutti i miei giorni.
Di cosa sono fatti tutti i miei giorni?

Sono carbonio, sudore facile, mancanza costante di casa e acqua, polpastrelli alla ricerca di qualcosa. Sono sorrisi sprecati, sorrisi veri, risate sguaiate e preoccupazioni costanti in egual misura.
Sono tentativi, i miei giorni sono tentativi di normalità, di arrivare da qualche parte, di arrivare finalmente da te per restarci almeno 5 secondi, che sarebbero comunque interminabili.

Cerco spontaneità, sorrisi, battute cattive ma che partono con troppi denti visibili dietro le labbra, davanti alla voce.
Voglio giorni con l'anima esposta, e l'entusiasmo di volare per la prima volta sopra dei cieli fatti di merda, immerso in una nebbia qualunque.
Che poi stai a vedere che quella dietro è sempre casa mia.

Voglio tutte le fette che non ho mai mangiato e le foto che non ho mai fatto, voglio rinsavire ancora una volta, e scoppiare ogni ago che ho infilzato nella pelle, in tutte le direzioni.
Vettori infiniti, tracce irriconoscibili, brandelli di carne.
Intelligenza e mucose vive.

 Mi manca ancora tutto e non capisco perché mi manchi così.

Sperando in un tale ispessimento tale da magari chiuderlo sto blog di merda, un giorno.
Sperando in un tale nichilismo che azzeri tutto senza possibilità di ricaricamento, per zittirla quella parola sussurrata a me stesso per dirmi che va sempre tutto bene.

 Tutti i miei giorni, questi giorni, riassunti, finiscono con me che annego nel pavimento del mio salotto.

 "When even breathing, feels alright"

venerdì 12 maggio 2017

Escapologia e desiderio


Portavo argomentazioni plausibili a me stesso: chiusa una porta si apre un portone, morto un papa se ne trova un altro, luoghi comuni. Solo una serie di luoghi comuni, ma senza la forza per crederci.

Invece, davvero, è apparso qualcosa. Davvero era illuminato di più il mondo, quel momento.
Davvero mi son sentito irradiato e irrorato (Parole indicibili per me) di luce e schegge di vetro che non mi hanno fatto male.
Erano tagli nella faccia ma non bruciano. Erano fogli di carta a dividere in due la pelle ma davvero non si sente niente, e non c'è sangue, non c'è niente da vedere e non uscirà più niente dalle mie vene.

Mi sento invaso dalla prosopopea dei suoi sorrisi da entità che non esiste, non ancora.
Fidarsi, è crescere o regredire?
Se ti guardassi ora negli occhi mi verrebbe voglia di mangiarti via la faccia.

lunedì 11 luglio 2016

Mezze storielle ancora troppo campate per aria



[...]
Signor Cinque era lo spettatore preferito delle piccole imprese di Gus, da quando era piccolo. Non era altro che un pupazzo dentro il quale ci si potevano infilare le mani a mo’ di guanto, e muovergli la bocca e le braccia con le dita, più o meno come fa un ventriloquo. Signor Cinque, prima di chiamarsi così era solo un pupazzo che suo padre aveva dimenticato il giorno che abbandonò Marie, sotto quella pensilina a piangere da sola. Quel pupazzo era tutto quello che rimaneva di lui, ma decise di non disfarsene. E per il fatto che Gus si era affezionato così tanto, si convinse a non lanciarlo nel fiume.

Gus appoggiò Signor Cinque sul tavolo, con le sue gambe a penzoloni, come fosse uno spettatore, mentre allineava - e ci teneva sempre a farlo con attenzione - forchette e coltelli perché fosse tutto sempre in ordine come piaceva alla mamma, e anche a lui in fondo.
Pensò che una volta finita la cena, invece di andare a dormire presto, avrebbe potuto rimontare una nuova serratura.
Aveva lasciato i pezzi sulla sua scrivania la sera precedente: dei chiavistelli, diverse chiavi, fil di ferro modellato in varie forme, alcune molle e dei cilindretti in un sacchetto.
Prese 2 forchette, altrettanti coltelli e due tovaglioli di carta dal cassetto e, posandoli sul tavolo, in quell’esatto momento, sentì uno stranissimo freddo sul collo, così forte da fare una smorfia e alzare le spalle, come per coprirsi con il colletto della maglietta.

Marie era immobile davanti al lavandino, sembrava osservare l’acqua corrente scendere nello scarico molto attentamente. Avvicinandosi per vedere meglio, capì che lei non era li, perché i suoi occhi erano vuoti, non c’erano più le pupille e l’acqua aveva un aspetto stranamento viscoso, come fosse più densa e scorreva si, ma molto piano.
In effetti era l’unica cosa che si “muoveva”.
Preoccupato anche per se stesso guardò verso il tavolo, e lo vide mezzo apparecchiato con una forchetta nell’aria, ma Signor Cinque non c’era più.
Abbassando lo sguardo lo vide, in piedi, davanti a lui, un po’ più grande del solito, con quei bottoni al posto degli occhi, aperti.

Sorrideva, lui.[...]

lunedì 7 marzo 2016

Perseverare non è diabolico, è solo l'errore che rimane umano.


"I'll become your eyes, You have no other. We have to walk along this wire, trust the one that never trusted you"

Ci sono sentimenti che tornano, indelebili.
Non ti colgono di sorpresa, non li senti arrivare o meglio, tornare.
Ti accorgi che forse son sempre stati li: Sopiti, non son mai cambiati, e la stessa voglia che avevi una volta, torna uguale, forte, nuova e fresca come quel giorno. 
Viva ed eccitata come la prima volta.

E suona di nuovo come una conferma di quello che sono, e che sono fiero di essere.
Suona come una piccolissima vittoria che, seppur non porti a nulla nel palinsesto della mia vita, permette al mio piccolo ego genuino di arricchirsi un pochino, dell'autostima dei giorni giusti che mancano sempre, dell'anti esulare l'anima, dell'anti allontanamento forzato dalle persone e dai luoghi delle persone.

Senza egoismo, senza cattiveria, senza menate né brutte parole, una piccola ammisisone. 

Ed è fondamentalmente quello, che ci rende adulti, l'ammettere i propri errori, i proprio moemnti di debolezza.
Non siamo persone deboli quando ci spingiamo a farci vedere per quello che siamo, non siamo rimasti senza forze, e dimostrare debolezze non è avere paura. Siamo vivi, e dovremo pur respirare, dobbiamo sentire qualcosa che ci emozioni a livello pettorale.
Siamo usciti dalla pubertà da anni, e quei dolori non sono della crescita, non lo sono mai stati davvero forse. 
Quando siamo cresciuti l'ultima volta?
Quando abbiamo sentito male li dentro l'ultima volta?

Quei dolori sono gli anni, sono le delusioni, sono batoste, sono le rincorse sorridenti, e sono le parolacce arrabbiate di un distacco mai desiderato, sono le speranze, sono una serata al parco, un tavolo di una birreria con dei bicchieri sempre pieni, sono correre a perdifiato su e giù dal castello di Brescia, sono proposte e regali rifiutati, sorrisi presi, sorrisi negati, e grossi imbarazzi post operatori che ci fanno tenere le mani in tasca.
Sono errori, perseveranze, ramanzine che anni dopo ce le si rimangia, sono sentimenti mai spostati dal petto, ma solo dimenticati per un attimo.

Attimi che durano anni.
Anni che durano attimi.
E ci si rende conto che cambiamo anagraficamente, cambiamo negli atteggiamenti, nella pettinatura dei capelli, nelle scelte, nel rimangiarcele prima, nel cambiarle e nel rimangiarle di nuovo, stramasticandole, magari sputandole, o magari confezionandole per conservarle meglio, o solo per ricordarcene col sorriso amaro dei "senni di poi".

Voglio dire che siamo capaci tutti ad essere noi stessi, il problema è accettarlo subito.
Suvvia, l'intelligenza è un'arma fortissima che abbiamo tutti nella testa, impariamo ad usarla subito quando serve.

Una domanda che hanno fatto a me, e grazie a V. per avermela posta: Cos'è per te l'intelligenza?
E' saper vivere,
ma vivere per davvero.


giovedì 3 marzo 2016

I colori di Landmannalaugar



13esimo giorno.
Camminammo 3 ore in mezzo alla lava, l'obiettivo era la cima "minore", per noi scansafatiche dell'ultimo momento.

Mancavano pochi giorni al ritorno a casa, ed ero stanco, stanchissimo, per i miei standard di sonno/veglia, ma avevo il cuore pieno, e così veloce non l'avevo mai sentito, tanto che lo sentivo nel petto, nella gola, man mano che aumentavo il dispendio energetico.
Passata la prima salita sulla lava, arrivammo ad una fumarola, dove mi fermai a prendere fiato prima di ripartire.
Non lo dissi per non fare il "di più" con gli altri. Mi limitai a pensarlo, che "chi si ferma è perduto".
Dovetti correggere il tiro perché non mi sentivo perso, fermandomi. Avevo semplicemente freddo, quindi ripartii per riaccumulare calore.
Sudavo tantissimo, e quell'odore fortissimo di zolfo non mi faceva respirare bene come avrei voluto.
E si che fa bene, ma quando è troppo, è troppo.
Sapevo di sale.

Era quasi mezzogiorno, avevo fame ma volevo concludere la salita/discesa prima di mangiare, per non soffrire di quei fastidiosi, indicandomi la milza, "mi fa male qui, posso fermarmi un attimo?"
Tenendo la fame, proseguii sulla salita, tutto stava diventando arancio davanti a me.

Lasciatomi alle spalle l'odore di zolfo e fatta la pipì dietro un angolo, mi rimisi in marcia, da solo, sempre lasciandomi indietro tutti. Godevo letteralmente così.
Arrivato sulla cima non vedevo nessuno, ma durò poco perché una coppia di francesi interruppe la mia solitudine voluta, e dovetti anche fargli una foto. Gliene chiesi una anche io, in cambio.
Fermo ad aspettare gli altri pensavo a quanto poco ancora sarei stato ancora da quelle parti, mancavano solo 3 notti. Pensavo alla voglia che avevo di tornare a casa, pensavo a quanto fossi stanco, a quanti sali minerali stessi perdendo per strada, senza gatorade per reintegrarli, e con una fame clamorosa ad attangliarmi la discesa.

Era tutto mozzafiato, per usare una parola normale.
Non avevo mezzi diversi per rendermene conto, e in un attimo mi trovai già giù, sempre lasciando tutti dietro.
Presi anche un sentiero sbagliato e ricordo che mi tremarono le gambe durante la discesa in una piccola gola. Ci scorreva dentro un piccolissimo rivolo d'acqua, che rendeva tutto scivoloso, talmente tanto che il culo per terra ce lo appoggiai un paio di volte, per evitare voli più pericolosi.
Meglio sporcarmelo che spaccarmelo.

Una volta sceso e seduto, restai ad aspettare gli altri godendo di una sigaretta, meritatissima.
Non ero comodo, seduto sulla roccia, ed è pazzesco come restai quasi 15 minuti a guardare il nulla e a sbuffare fumo ogni 30 secondi. Davanti a me era una pianura vastissima, che concludeva la sua superficie sulla stessa lava dal quale eravamo partiti al mattino, ma faticavo a vederla, questa conclusione. Ci fermammo per il pranzo, ma durai poco nei discorsi che accompagnarono il cibo, e la ripartenza.
I professionisti iniziarono a parlare di sanità, costo delle prestazioni, l'infermiera diceva la sua, l'impiegato Ferrari la sua e l'urologo in pensione pure. Io non seguivo le loro parole, e allungai di nuovo il passo.
Anche li era tutto "paciugo", e la camminata fu quasi più difficile della salita/discesa, mi inzuppai un pochino.

Seminato tutti arrivai alla base, per fumarne un'altra, seduto con le gambe a penzoloni sulle "palafitte". Ero distrutto, completamente spaccato in due a livello muscolare, ma non avevo più il fiatone, non avevo più sensazione di non farcela, ed è li che mi resi conto che non ero per niente pronto per tornare a casa, al contrario di quello che il mio fisico avrebbe voluto.

La stanchezza non era stanchezza.
Come quando ci si abitua a mangiare di meno, e lo stomaco di restringe.
La mi successe una cosa simile, ma al contrario, con il cuore.

E chi è ci riesce, mo', a sgonfiarlo.

lunedì 29 febbraio 2016

Pensieri rapidissimi senza doverci riflettere troppo

.

"I remember well the day that I got my first tattoo: I was so scared before, and after I was so proud that it was new. But these days I've gone and got me many more, and sometimes I get more when I get bored. One for every year I've lost"

Perciò?

Pensavo ai pericoli sabato sera, pensavo ai miei compagni di scuola cresciuti.
Pensavo a come siamo cambiati, separatamente l'uno dall'altro, e a come questa lontananza non sia durata per caso.

Sono felicissimo ora, di quando da piccoli o eri figo perché baciavi le ragazzine, o eri sfigato perché non riuscivi con le ragazzine e avevi la bicicletta più straccia degli altri, e ti scrivevano "gnurant" con la scolorina sulla sella.

Sono felicissimo ora di vederle, le stesse ragazzine cresciute (invecchiate) solo di corpo, sciupate, bruciate subito, sorridenti a metà, incinta chissà di che padre. E sono ancora più contento di vedere voi ragazzini cresciuti solo nel corpo e nel portafoglio. Però li spendete proprio male.

Servirebbe uno stoppino nuovo a voialtri, un contenitore non bruciacchiato, nuove narici e nuovi lavori di cui parlare.
Siete noiosi, voi e i vostri cocaina e vino bianco fermo.
Siete noiosi, nei vostri cantieri.
Siete noiosi nel vostro champagne ordinato e brillantamente pagato da voi.
Siete noiosi, del come deridete ancora i soliti poveracci.

A parte i soliti ho salvato pochissimo.
Mi rincuora aver incontrato persone che credevo perse e invece ho trovato rinnovate, forse rinsavite da matrimoni troppo precoci, forse sorridenti per circostanza o forse sorridenti per davvero, o forse per sdrammatizzare la delusione dalle conferme.

La brava gente la si distingue, la merda la si annusa da lontano.

venerdì 26 febbraio 2016

cumuli di polvere e schiena ricurva fantasticando su mattinate diverse



#Buongiorno
Stamattina il sole non splendeva, ma mi fa sempre sorridere vedere chi parcheggia fuori sudare di primo mattino per raschiare il ghiaccio dal parabrezza. Onomatopee di ogni tipo nell'aria.

Mentre esco per buttare il sacchettino di Lain, saluto Eleonora, una ragazza bellissima che abita di fronte a me. Non sento parolacce uscire dalla sua bocca, ma ho scommesso ne stesse dicendo un sacco, perché il risultato del raschiamento era evidentemente una merda.
Avrà avuto una pessima visuale andando a lavoro, o all'università, o dovunque vada tutte le mattine che la incrocio a 7.40. A quell'ora io sono in ritardo, ma ho un garage.

La mia visuale invece è sempre perfetta e mi stupisco sempre tantissimo quando, guardando a nord dallo svincolo della Bre.Be.Mi, con il cielo pulito, riesco a vederle come fossero a 1 metro da me le Alpi, imbiancate ma meno del solito, pulite, ferme, pacifiche, pesantissime.
La montagna è ignara di quello che succede a valle, e a valle siamo ignari di quello che succede alla montagna, ma è sempre così bella da guardare, nei suoi molteplici scorci, che quando sono così visibili diventerebbe anche curioso, anche se dispendioso in tempo, stare ad analizzarli e ridisegnarli tutti, con la precisione di una matita ben temperata.

Ho solo un paio di kilometri con il Nord davanti a me, ed è incredibile come ogni volta faccia gli stessi identici ragionamenti, ogni volta, ogni dannatissima volta.

Quanta roccia c'è nelle montagne?
Quanto cuore c'è nelle montagne?
Qual'è il peso specifico di queste menate che mi faccio entrare nella testa?
Cazzo ma, son sempre state li uh?
Sarà difficile arrivare la sulla cima? Intendo il puntino? Si potrà? Non si potrà?

E' pazzesco il concetto di: Montagna.

montagna
mon·tà·gna/
sostantivo femminile
1.
Rilievo della superficie terrestre, di altezza non inferiore ai 600 m, caratterizzato dall'origine almeno terziaria e dall'aspetto almeno parzialmente impervio; può implicare l'idea di quantità o massa insolitamente grande, cui si associa l'idea del peso oltre che delle dimensioni.

Una mattina dovrei farlo di uscire di casa per andare a lavoro normalmente, arrivare a quello svincolo, fermarmi, comporre il numero del mio capo, chiamarlo per dire che non riuscirò ad andare a lavoro, e andare dritto a quel Nord e fin dove possibile, guidare.
E poi fin dove possibile, camminare.

E' dall'estate islandese che non faccio una gran camminata, ne avrei bisogno, e otterrei quella sensazione. Quella che tutte le volte me la dimentico ma quando la ritrovo è una gioia pazzesca.
Sembra di avere una di quelle lavagne magiche con quel cursore da spostare per cancellare tutto, però nella testa.
In un giorno qualunque è una roba bellissima, quella di sentire l'esatto momento in cui ci si riesce a pulire da tutto e da tutti.
Quell'esatto istante in cui le cose son sempre in salita si, ma chiarissime, e completamente visibili e riconoscibili. Spiegate e capite, che non avrei scuse perché sarebbe tutto fin troppo semplice.

E se sotto a tutta questa mattinata inventata ci fosse questa canzone, chi me lo farebbe fare di tornare indietro, a casa, o in ufficio?

Solo Lain forse, ma mi porterei anche lei, che forse una volta la farei felice davvero.



giovedì 25 febbraio 2016

Parole al vento come al solito



Non vale più nulla.
Non vale mostrarsi, non vale esporsi, non vale far vedere le proprie paure?
Non vale farsi conoscere?
Non vale più aprire i cassetti e anche se odoranti di chiuso da anni, mostrarne il contenuto?
Non si fa più di dire a una ragazza quanto sia bella, la prima volta che la si vede?

Non si dice più "Grazie", "Per cortesia", "Prego", "Si figuri"? E "scusa" quando ci si scontra per sbaglio?
Perché non posso dire a una persona che le voglio bene anche se l'ho appena conosciuta?
Dobbiamo per forza odiare i nostri ex?

Nessuno la fa più un piccolo ritorno sui proprio passi ogni notte prima che ci si addormenti?
Non si fanno più i propositi, intendo quelli realizzabili?

Non ci si incontra solo per chiacchierare? Bisogna per forza che ci sia qualcosa da fare?
Perché?

Perché non abbiamo tutti un gatto?


mercoledì 24 febbraio 2016

Pallottole velocissime si infilano nelle mie orecchie




Nelle mie vicissitudini odierne mi sento di starci bene.

Ho ribaltato le cose per l'ennesima volta, mi son trovato a riordinare gli armadi in base a come cambiano le mie abitudini, non certo per il cambio stagionale, almeno non quest'anno, il sedici ma anche il quindici.

Ho imparato e passare la spazzola adesiva ovunque e ho capito che non basta farlo una volta per sempre.
Ho imparato un pochino di più cosa vuol dire "costanza", ma solo in certe cose.
Lungi da me rispettare la regola del "basta mezzora al giorno", perché faccio sempre fatica a mantenermi allenato nel pianoforte. figuriamoci nel lavaggio regolare delle lenzuola di scorta o cose come la spesa, catalogare le bollette, prepararmi il pranzo per il giorno dopo.

L'esilio temporaneo islandese torna sempre come monito positivo di come sto senza nessuno intorno. Metodico e incosciente, ma sempre sicuro di fare la cosa giusta.
E sono sempre così spaventato quando lo scopro. E ogni volta suona come suona una novità piacevole, fa tremare lo stomaco e annulla il resto dei problemi.

"Un Tigri e un Eufrate nella mia arida Mesopotamia epidermica".

Forse non dovrei aver così paura del Nulla, lo so che una camera sempre prenotata li ce l'avrò sempre.
Non perché abbia amici a tenermi il posto, semplicemente ci ho scritto sopra il mio nome la prima volta, con la punta di una forbice, sulla porta.
"Enjoy your staying", dissi a me stesso da unico auto-invitato.

Io l'ho capito che non ho bisogno di niente, ma da qui all'accontentarmi, altro che mare.
Citando mia madre, Ciao Mare.

martedì 1 settembre 2015

Latitudini nordiche e quel canonico disfacimento con boato.




"Here I lay, still and breathless, just like always. Still I want some more mirrors sideways, who cares what's behind. Just like always, still your passenger."


In Islanda ho conosciuto un uomo di 52 anni, si chiama Ingi.
Al grido "Mates eat everything, coz there's plenty of everything" tutti, soprattutto Pietro, mangiavamo come gli animali stessi di cui ci stavamo cibando.
Ingi mi ha regalato una bottiglia di grappa e 2 sigari.
A Snaefell, Ingi mi raccontava di quando va col suo figlioletto sugli stessi altopiani, nei posti più remoti ai piedi del ghiacciaio Vatnajokull (estate e inverno sono solo calendario), e di come solo li riesca davvero a sentirsi libero.
Cercavo quando possibile di arrivare e tornare per primo, non per poi vantarmene o per noia o fretta di ripartire, ma per essere il primo in quel frangente temporale a poter prendere fiato aspettando gli altri e pensando, sempre più stupito ed entusiasta: "Ma davvero sono qui?"
Mentre non mi trovavo alla guida cercavo sempre di guardare fuori dal finestrino, quando non ero preso dal chiacchiericcio (solitamente proveniente dai sedili posteriori, che erano quelli femminili) o dalle domande assurde di Enrico, e sempre piccolo piccolo arricchivo la mia memoria fotografica, per tornare a casa potenzialmente anche senza fotografie, per poter far davvero mie quelle distese di nulla così intimo, così enorme, così accogliente.
Ingi ci ha salutato come salutano in Islanda, abbracciandoci tutti singolarmente, ma come fosse un abbraccio enorme, di 23 persone che però riescono tutte ad incrociarsi le braccia l'uno con l'altro.
Ma mi sentivo pronto per aver voglia di casa, stanco com'ero.
Sono tornato con la solita nostalgia del ritorno, ma pieno di quei pezzettini, sentendo ancora l'abbraccio a volte complice di Martina, Dassi e Ingi, vedendo ancora le imprese di Pietro, sentendo ancora i tasti pesati malissimo di quel pianoforte suonato malissimo da me a Reykjavik e il sorriso di Emma mentre mi guardava non ricordarmi la parte di "Primavera" di Einaudi, toccando ancora il fango giallo di Hverafellir, godendo ancora nel vedere quella Panda gialla 4x4 targata Italia, di quel tale Federico, fare un guado impossibile, sentendo ancora l'odore di zolfo aprendo il rubinetto dell'acqua calda, quando era disponibile.
Ma subito mi sono state ricordate le solite conferme che tengono in equilibrio il grafico, fatte di lavoro, fatte di risvegli improvvisi alle 3 del mattino con lo stomaco che esplode in conati attesi, fatte di parole cattive quando gli intenti erano completamente diversi, fatti di bestemmie per uno stupido ritardo in ufficio, fatto di sorprese sempre puntuali, e sorrisi nuovi, o persi definitivamente.
Di certo ho capito qualcosa in più finalmente, che qui non si riesce a capire mai un cazzo.
Takk, bless bless!
Che sia di sabbia nera, di acqua calda e silenzio sotto forma di pozza, o di commenti insignificanti misti a incomprensioni plateali feat. scenate stramasticate e stradigerite, in questo periodo ho certamente fatto scorpacciate del concetto di: Deserto.

Ingi ha cucinato per un gruppo di 19 disperati per 14 giorni, ci ha coccolati, ci ha fatti sentire parte, insieme a Martina e al mitico Dassi, di un qualcosa più grande di un gruppo.
Ci ha fatto sentire parte di una terra, la sua.
Plasmata da mani incredibilmente precise, e devastanti allo stesso tempo.
Ingi lavora tutto l'anno facendosi il culo per alzarsi alle 5 del mattino e fare l'autotrasportatore e in estate va a fare il cuoco nei viaggi organizzati.
Ci ha detto che non ha mai visto nessuno mangiare come noi.

Era la sua parola d'ordine: There's plenty!

Io gli ho regalato un disco dei Black Sabbath, e un abbraccio così, come il suo che mi ha dato dopo questo episodio, difficilmente l'ho sentito da un altro essere umano.
Stretto e spontaneo, sfociato in un "Stefano, there's even a live version on the second disc! It's awesome! tomorrow I'll meet my girl, and then, on Monday (NO CALLING SICK!) I'll listen to it, on my truck!" 
Non l'ho più sentito, chissà se gli è piaciuto.

Ingi è l'unica persona che abbia capito al volo il volto del bambino nel tatuaggio che ho sul braccio: "When I listen to Sigur Ros, I feel a chill in my spine, everytime. You feel it too, don't You?" Io gli ho solo risposto sorridendo "Yes, Takk Ingi, nobody recognized it before. Goodnight!"
Io lo guardavo con gli occhi di un bambino a cui stanno per consegnare un regalo, e allora come adesso ripensandoci, non sono riuscito a guardare tutta quell'immensità, quelle forze pazzesche della natura, con quello stesso sguardo riconoscente e fiero.
Ho pensato che per assaporare davvero quei paesaggi sulle mie papille dovessi farmi minuscolo, e a passetti corti dovessi raggiungere qualunque vetta, e affrontare ogni dislivello senza apparenti paure di fallimento, o di scivolare sul fango e a passi lunghi, ritornare alla base.


Sotto la pioggia, sotto le tempeste di cenere, spostato dal vento che così forte non lo avevo mai sentito, davanti a kilometri di lava che non se ne vedeva la fine, dentro la calda acqua naturale sulfurea, fuori dalla stessa, ai piedi del Bardarbunga, o del Hekla, nella valle di Eldgja, a Snaefell, non ho mai battuto ciglio.
Volevo e facevo, mai affrontata cosa più semplice.

Ho creduto di essere veramente dove avrei dovuto essere.
Non ai piedi di un palazzone a San Polo, non in un locale di merda con le luci basse e le liste che appiccicano di mani sporche o con la musica alta, non alla festa di Radio Onda d'Urto, non a casa dei miei genitori, non a casa mia, ma li, qualunque fosse il "li" di quel momento.

Sono partito con delle aspettative incredibili, e quelle stesse mani precise me le hanno divise in cenci che porterò sempre con me.


Si è sempre a tempo a cambiare idea sulle persone, e, certamente, anche su me stesso, magari per cercare nuovi contorni e nuovi modi per dimostrarmi (obiezione a me stesso accolta).
Ma al fragore non c'è limite.

Tanto vale iniziare ad andarsene davvero appena possibile, pianificando già nuove tappe e nuove storie, per abituarsi all'abitudine della mente veloce.
E per lasciarsele dietro le persone, quelle che più ci provi, anche male-perché nessuno è perfetto-, più ti impegoli nella pienezza imprescindibile delle loro convinzioni e nella materia grigia del cervello dei ciechi e di chi non ha ancora combinato niente, ma ha tante scintillanti pietre da lanciare.
Parlando di attualità, sguazzateci voi nei drammi organizzati a tavolino e nelle apologie di stocazzo, nella vostra vita senza il coraggio di fare qualcosa di diverso davvero, crogiolatevi nelle parole che sferrate così perfettamente ordinate, qualche conto lo dovrete fare prima o poi.
Ma presto, iniziate a rimboccarvi le maniche, si sa mai che ci sia bisogno anche di quelli come voi un giorno.



"Fatevi davvero minuscoli, non solamente ridicoli." (Cit.)
The Blue Lagoon, 22 Agosto 2015.
Scattata con una Qumox sj400 da battaglia.

giovedì 9 luglio 2015

Fantomatismi applicati al mio sentirmi catalogato ma comunque sempre fuori posto.



Mi sento zoppicare.
E son due settimane che ci provo a scrivere qualcosa.

Ho sensazioni e sentimenti, mancanze, colpe, pensieri.
Ho bisogno di mani nuove, per, e da, esplorare e che mi esplorino, incuriosite.
Ma che non siano mani troppo sapienti per partito preso, pensierose, imballate su temi assurdi.
Vorrei fossero mani come le mie.
E vorrei che le mie preoccupazioni non vengano viste come paura o debolezza, ma che siano accettate come tali e come parte di quella che è la mia anatomia; sono sempre sorpreso che le persone non (si) sappiano affrontare.
Ma prima di tutto sono soprattutto stufo di me, che sbaglio ancora nelle cose basilari, e come al solito non ho mai la possibilità di recuperarmi.
Sono stufo di dimenticare la voce delle persone a cui ho voluto estremamente bene, delle persone per le quali mi predispongo per dare tutto me stesso, delle persone con le quali penso sempre sia giusto aprirsi completamente.

Parlare al plurale, ma intendere singolarità.

Mi manca un po' la pelle e il suo odore, l'espressione della faccia che muta prima di venire, la risata conseguente ai miei deliri simpatici, il guardarsi pelle contro pelle allo specchio, la spensieratezza che credevo fosse quella dell'estate che arriva e mi avrebbe fatto esplodere la testa di un caldo tutto diverso, il ridere davvero di pancia lanciando la testa all'indietro.

Il resto sono varianti, curve solo apparentemente pericolose, cose dette male senza la possibilità di rimediare, o mediare.
Mi dispiace, e io che pensavo mi stessi facendo capire come io pensavo di stare capendo, e invece oggi mi sento ancora un po' rintronato dal colpo che ho preso sulla nuca, con una mazza fatta di legno inaspettato e spore di pensieri cattivi, che io, così ingenuo, non ho nemmeno sentito arrivare.

Ho capito che con dei problemi così liquidi, non si capisce come fare affinché si ritiri, tutta quell'acqua sul pavimento dell'appartamento, che è la mia testa.
Ma sono cosciente, e nonostante tutto non biasimo nessuno per non capirmi come io credo di farmi capire; perché evidentemente siamo tutti delle singolarità complicate, ma c'è chi ancora non riesce ad accettarlo, e chissà cos'è, che vogliamo per davvero.

Passerà tutto, come sempre, e come sempre mi dico.
Passerà la mia tendenza a corteggiare le emozioni degli altri prima di valutare le mie, passerà come passerà questo caldo, e passerà come questa estate che ha ancora tanto da darmi.

Volterò verso un nuovo capitolo come tutte le altre volte.
Finiranno mai le pagine?
Mi senti zoppicare?

O dovrei solo smetterla, perché forse è vero che nessuno ha questo tipo di cartilagine, modellata a padiglione, attaccato ai lati della testa.

venerdì 5 giugno 2015

Pluralità singolari e pesi medi da sollevare a cadenza giornaliera



Si perde tempo a pianificare ogni singolo momento della propria vita.
Si perde tempo a fantasticare, con o senza giustificazioni e paranoie, su quanto potremmo pentirci di una scelta.
E non ci accorgiamo, pur avendo mille prove, che la vita vera è in quello che non sapevamo, nell'imprevisto, nel non calcolato.
La felicità che ci diamo è quando riusciamo a ridere anche con il viso pieno di lacrime, avendo davanti qualcuno che è si nuovo e inaspettato, ma fidato, e presente.
La vita vera è questo, è adesso, non è il passato né tanto meno il futuro, è il presente.

E il nostro presente non è chi ti promette un cambiamento, non è di chi fa del tornare sui proprio passi un'abitudine, non è in chi deve cercare delle giustificazioni, non è nei mezzi di chi crede di poter fare quello che vuole con le vite degli altri.

Il nostro presente è adesso, negli occhi di chi guardiamo negli occhi e nei contorni dei visi che sogniamo, ad occhi aperti, quando pensiamo forte a quanto questi occhi, a momenti, ci mancano per davvero.

Il mio very presente è questo tremolio di dita, e non per l'aria condizionata.